IL CAVALIERE DISARCIONATO AL GALOPPO TRA GLI ETRUSCHI

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di Andrea Palagiano

Mi avvicino al primo leone vedetta, poi all’altro suo compagno d’armi, sulla sinistra, ancor più brunito del precedente. I due fratelli felini, meno fortunati dei loro cugini a guardia di Trafalgar Square, schiudono i fasti delle colonne corinzie all’ingresso della grande facciata; dietro di loro, ben oltre il cancello di ghisa, il vetro del secolo XX prende parola. 

Il museo Marino Marini di Firenze reinventa la sua fisionomia divorando dall’interno la chiesa di San Pancrazio e riordinando le sue interiora secondo istruzioni nuove, vicine nel tempo e nello sguardo dei contemporanei: i rintocchi medievali hanno ceduto alla sconsacrazione; ancora le sue navate sono state abitate dalla pretura per scadere d’urgenza all’odore forte del tabacco; il miasma della storia ha infestato più tardi con la polvere da sparo gli androni che, al termine del gran conflitto, respirarono finalmente la nuova aria di pace.

 I grandi spazi interni del museo, adibiti alla nuova funzione espositiva, assecondano la sua struttura antecedete: l’ingresso nel tempio di Marino Marini illumina la via etrusca come un percorso libero dove aggirarsi alla ricerca di un passato contemporaneo che circonda le opere dell’artista di un velo arcaico alla ricerca di una nuova attualità. Il mondo di Marino Marini trova nel ventre disossato di San Pancrazio la veste nuova dell’etruscologia contemporanea, la missione estetica del dimenticato e del misterioso e asfalta un’autostrada – a pedaggio – verso un’etruscità distintiva e anticlassica.  

LA RINASCITA DEL MUSEO

La nuova struttura sorta nel 1982 permette la fruizione a trecentosessanta gradi delle opere di Marini, una scelta acuta al fin di porgere tutti i fianchi della scultura all’occhio che ne gode dalle più attraenti angolazioni. Sviluppata su due piani, la struttura accoglie le primigenie manifatture dell’artista secondo una matrice quasi modulare che vede immerse nello stesso luogo e a distanza ridotta tutti i satelliti artistici della galassia di Marini. Come frammenti di cometa: fanciulli, cavalieri al galoppo, ippocampi, miracoli, giocolieri, danzatori e guerrieri si infrangono su un palcoscenico dall’odine esploso. Il passo tra i corpi efebici e le pomone e le cavalcature rassomiglia a un trotto rilassato verso la maestosità del monumento equestre (1957-1958) che è centro della sala inferiore. Il destriero alto ben quattro metri e trentacinque è l’astro centrale di una volta celeste, lasciando gli altri corsieri a costellazioni autonome ma che quasi appaiono dipendenti dalla stasi centripeta dell’equino. 

Il nuovo spazio, tanto sfortunato nella storia antica e recente, si colloca oggi come un prezioso portale verso un’archeo-contemporaneità che ospita gli esempi più preziosi di un Novecento aspro e mutevole. La collezione del museo Marino Marini vanta l’abbondanza di tutte le opere principali della vita del maestro dal 1910 al 1970 rendendolo l’unico polo interamente dedicato all’artista. 

La vetrata che oggi accoglie la luce fiorentina che rischiara il museo fin nei meandri più fitti è figlia diretta dei restauri del 1982 ad opera di Lorenzo Papi e Bruno Sacchi; il progetto pensato dai due architetti poggia su interventi precedenti e mette in relazione la nuova architettura interna del museo con la storia di San Pancrazio restituendo all’ex chiesa uno spazio totalmente libero disposto su più piani nel quale è possibile aggirarsi liberamente circondati dall’allestimento delle opere del maestro Marino Marini. 

LA LUCE E IL POPOLO DEL MUSEO

IL GRIDO

La luce, nei giorni di sole, avvolge come una tolda immacolata e color di panna i rivestimenti lignei del museo, si appoggia alle rifiniture dell’intonaco e si addentra fin nell’ossatura dei guerrieri, degli equini e dei danzatori che lo popolano. Faccio ingresso nel museo durante una giornata uggiosa e le nubi non sono clementi quando scagliano i loro dardi d’acqua fitti e scroscianti sul suolo. La tela quasi corvina del cielo sottende una lieve speranza – nonostante la violenza degli strali – nel fine benevolo del sole che si prepara a far risplendere le sue frecce d’oro scagliate dai Cherubini che, come arcieri, attendono appostati oltre la nuvolaglia ingrigita. La visita allora è scandita dal rumore delle ultime gocce sul lucernaio che sembrano le stesse che ticchettano costanti sul linoleum quando, rientrando nella propria dimora e scuotendo l’ombrello, l’acqua d’un temporale ormai prossimo ad esaurirsi si posa a terra come rugiada domestica. Il presagio si avvera e i cloni di Tlaloc[1] terminano la loro umida semina – la luce, timidamente, s’impossessa delle pareti venate del museo. 

La quiete che in tutte le letterature è solita succedere alla tempesta è crepata dal grido (1962) più acuto che Firenze riesca a udire. Accorrono le pomone, si imbizzarriscono le giumente e si allertano i guerrieri. Il cavaliere è caduto. È caduta la prodezza di esso e l’equilibrio precario che lo sigillava alla sella del cavallo. La statua bronzea è un colosso geometrico dalle anche spigolose e dimagrisce alla luce che avanza e che saltella senza ordine tra le vene bianche ancora gonfie di fatica. Il cavaliere – forse tra gli ultimi testimoni della sua specie – collassa nel grido più atroce e nella severità dell’esilio dalla groppa dell’equino rimbomba la condanna:

Mia finestra, chiara luce del

miraggio dell’uomo antico;

mi accartoccio in un geometrico grido

e, su questo altare

assetato di lume, 

                         mi illudo

di raggiungerti ancora col mio

braccio di lava incrostata 

ma che ti prometto

ancora bolle di galoppo. 

Il cavaliere atterrato è coperto dalla luce sin sopra il volto dove è ora nota l’espressione di sconcerto e la bocca socchiusa si fa pertugio d’una grotta ampia dove mille e più grida rimbombano sovrapponendosi tra loro. Ossa spezzate e di nuovo lamenti acuti si levano al firmamento nel gesto netto del braccio sinistro teso a scongiurare il sottrarsi delle briglie e ad eludere lo sciabordio di un maremoto sfolgorante che si fa marea fin verso la stella madre dell’universo martiniano. 

I lembi più remoti della galassia del museo sono redenti dalla perenne diaspora in cui l’ombra sottile li rilega e circensi di teatro su tela e ritratti e gentiluomini a cavallo riprendono la danza perpetua che evoca l’aldilà delle necropoli etrusche in una nuova comunione col presente e con la mano procreatrice dell’artista novecentesco che plasma ancora la bronzea leggerezza di questi attori. Le mutilazioni del teatro si cospargono della sabbia dei secoli, dello stesso pulviscolo scosso in un turbine intenso dalle correnti di luce che fanno irruzione dalle finestre e che rivelano le mozze braccia del giocoliere (1939) e della giovinetta (1938) o ancora le incisioni cubiformi di spettacoli classici: Marino from Shakespeare II (1978) e fanno raggiare ogni incontro (1971) e ogni idea di cavaliere (1971) e pure ogni miracolo (1959/1960) delle proprie primordiali imperfezioni quasi a rasentare la longeva possenza di colonne rigate e mai guarite dall’adolescenza. 

LA RITIRATA DEL SOLE

Mentre il monumento equestre (1957-1958) astro madre della galassia cavalca sullo zenit e le cicatrici accecanti delle statue luccicano fin nel vuoto di alcuni pochi angoli disabitati del museo, Tlaloc e i suoi vassalli riprendono la marcia tra le nubi e il sole ordina la ritirata dei suoi arcieri luminescenti. Il suono dei seminatori aztechi colonizza presto le campiture azzurre e le quinte museali si preparano ad avvolgere ancora gli attori. Il cavaliere, alle pendici della finestra, lamenta ancora dolori atroci e quando la coltre buia decima le falangi del lume lo si sente sussurrare con cordoglio: «Cado in questo grido feroce, la battaglia non sottende vittoria – tu, luce aspra dalle ombre invernali, adagia sulle mie cicatrici un funereo velo; ché oggi il tuo cavaliere disarcionato si spinge ben oltre ma non salta l’ostacolo». Gocce d’acqua possenti tamburellano sul lucernaio e il vento le sospinge contro la finestra rabbuiata; sul pavimento corvino solo il piedistallo rende omaggio alle spoglie dell’eroe a cavallo, mentre tutt’attorno chiunque si ritira intabarrato dalle ombre rade. 


[1] Dio della pioggia e della fertilità secondo la mitologia azteca; signore delle tempeste e delle acque, generava Tlaloc minori per assolvere alla distribuzione delle acque.

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